Questa storia comincia dalla piena realizzazione del Romantic dream: l’aspettativa di trovare un’anima gemella, quella sola persona che sarà il nostro tutto, il fondamentale.
“Un nuovo che preesiste allo scopritore ma che fino ad allora gli era rimasto sconosciuto”.
Pur di avere queste fondamenta, facciamo giuramenti consacrati, nel cui vortice sentiamo di formare finalmente cosa? Una famiglia, come nelle rappresentazioni. Tuttə coloro che ci hanno amato fino a quel momento, socialmente e legalmente non conteranno più, ci “affideranno” a quella persona che incarnerà l’amore nella nostra vita, con cui vivremo felici e contentə, sempre e per sempre, almeno a me appare così. E poi?
Cosa succede se facciamo avverare un sogno, avendolo interiorizzato dall’esterno, ma senza averlo davvero sognato intimamente?
“Fermo gli occhi a piene stelle infrante e nessuna lacrima nel cielo che vedrò”.
Senza aver decostruito e rielaborato l’idea di famiglia, o dato importanza a quello che avevo sempre desiderato essere, il ruolo che mi sono autoimpostə per diversi anni mi ha portato in una prigione di “ovvie” aspettative, che non potevo ridiscutere.Nel tempo tutto quello che pensavo è diventato troppo pesante, troppo fuori dal mondo, troppo dolore. Ma io voglio appartenermi.
Latente, fisica, psicologica, non si può dire, non si può scrivere senza asterisco, ma sappiamo cos’è: è sistemica.
L'ha subita e la subisce metà della popolazione mondiale e ogni persona ritenuta diversa, inferiore o più fragile nel gruppo di riferimento.
“Esseri imperfetti, desideriamo vincolare chi amiamo, scegliendolo da libero”.
Se è normale allora possiamo agirla anche noi? Quali parti di noi stessə, quali identità sopravviveranno? Si può anche fermare? Uscire dall’inferno conosciuto si può, è difficile, lungo, non sempre possibile, a volte è un privilegio, mi sembra giusto ricordarcelo.
Cos’è una madre? Come si fa a diventarlo? Come si fa a smettere di esserlo? E chi lo giudica?
“Allora potrei solo arrestare questa maledetta follia di vivere”.
Ricordo di aver pensato tante volte che questo corpo che mi ritrovo dovrebbe saper fare bene una cosa sola per natura, e non lo ha fatto. C’è troppa violenza in questo pensiero, non è mio, viene da una cultura in cui avere figlə è al primo posto, anche quando non vuoi, non puoi, non c’è la ricerca adeguata ad aiutarti, lə hai persə, e ti viene comunque chiesto “perché non ne hai?”. Questa ninna nanna è per noi che siamo madri in modi e momenti diversi, e per quellə che lo sono statə per noi. Possiamo e sappiamo amare incondizionatamente, qualunque vita viviamo.
Nella rimembranza c’è il fragile valore di quello che saremo, io, almeno in questo momento, ne sono convintə.
“Non posso più sperare di distrarmi, ma tra poco tornerò”.
Portare addosso ansia, senso di colpa, sindrome dell’ impostorə, senso di inamabilità e di impotenza è faticoso e torna, fisicamente. É stato complicato difendermi, perdendo le vite attorno a me, tanto quanto riprovare ad abbracciarle. Vorrei che un giorno la salute mentale fosse al primo posto, senza una pressione culturale per la quale reprimersi così tanto, per nessunə.
E come si fa a riappropriarsi di uno spazio esterno? “Purtroppo”, ad un certo punto, uscendo.
“Puoi lasciare il tuo respiro rallentare qui con me”.
Per me uscire dalle mie zone di comfort è difficilissimo, lo è stato anche quando l’abitudine era soffrire. Reimparare ad uscire mi ha ricordato quanto e come mi piace divertirmi, idealizzare, giocare con l’universo, preferire, volermi e volermi in mezzo al mondo. Non è così tutti i giorni, ma quando ricordo questa sensazione sorrido, e mi riscopro anche leggerə.
Ricostruirsi: capire chi si era, perchè, come, cosa è mancato e manca all’essere il sè che si vuole, come ritrovare i propri colori e aggiungerne di nuovi.
“Vorrei scappar dal tempo, ma ritroverò queste bugie”.
Il dubbio su me stessə resta ogni giorno, e accettarmi resta un percorso che passa attraverso il dolore, attraverso il mio corpo, le mie percezioni, pensieri, emozioni, scelte, azioni, cambiamenti possibili e non. Questa canzone rappresenta il momento in cui le domande sono cominciate.
Riconoscere che la complessità non è sbagliata, grazie al luogo di convivenza delle differenze da cui provengo.
“Non posso più sperare di distrarmi, ma tra poco tornerò”.
Lo sguardo di chi condivide la mia provenienza è qualcosa che ho sempre potuto riconoscere, un legame sottile, non lo so spiegare, ma so che ci capiamo, è stato per me il primo momento di contatto con un mondo più vasto. Solo camminare per quelle strade basta a ricordarmi che le sfumature esistono, anche se non so stare in tanta contraddizione a lungo. Dedico questo brano agli sguardi che mi mancano e che mi risvegliano: anche io vi vedo, amicə mieə.
Nuove conoscenze, nuovi scambi, nuove consapevolezze, nuova bellezza.
“Una nuova dose di veleno raffinato, delicato”.
Poter decostruire la gerarchia tra le relazioni mi ha fatto paura, ma mi ha anche fatto sentire meno solə, più seren* nel condividere quello che sento e sono, responsabilmente. La terapia ha avuto il suo ruolo fondamentale, ma poi c’è stato lo scambio a consolidare che posso stare con la mia identità e con le altrui, anche in un modo, finalmente, unico.
Ascolto, studio, cooperazione, divulgazione, consenso.
“Vorrei scappar dal tempo, ma ritroverò queste bugie”.
Alla fine di questo lavoro stavo trovando in me una persona più coraggiosa e più tenera di prima, non c’è nessuna perfezione raggiunta, nessuna realizzazione completa, ma c’è la scoperta, la riflessione, il cambiamento e soprattutto c’è amore, tanto, in tanti modi e momenti, qualsiasi emozione li accompagni. Insomma io ci sono e come me tantə, perciò penso si possa fare meglio che abbracciare l’inferno costruito per noi, azzarderò che possiamo lottare.